L’atto violento e i suoi volti

di Sara Anaclerio

Viviamo quotidianamente bombardati da  notizie  di cronaca nera: omicidi, suicidi, atti crudeli dettati da momenti di rabbia o disperazione. Si sente parlare di violenza in più circostanze e sulla base di motivazioni diverse, in alcuni casi serie, in altri addirittura futili, quasi a voler mostrare quanta banalità ci sia nel far del male all’altro.

In ambito criminologico esiste una classificazione che permette di distinguere tra diversi tipi di attori di condotte violente. In termini di serial killer, quindi, di persone non solo violente, ma che tendono a reiterare la condotta violenta nel tempo è possibile distinguere i “tipi organizzati” dai “tipi disorganizzati”.

Serial killer, i deliranti

Nel primo caso,  il soggetto ha una struttura di personalità caratterizzata da un temperamento stabile e freddo, in  grado di organizzare un crimine in maniera lucida, dettagliata, riuscendo a mantenere una certa freddezza anche di fronte a comportamenti di tipo estremo.

Sul versante opposto ci sono i disorganizzati, persone che agiscono in maniera impulsiva, eccessiva rispetto alla situazione. Questi soggetti mostrano scarse capacità di pianificazione, un livello culturale molto spesso basso, uno sviluppo intellettivo alle volte anche al di sotto della norma.  L’atto violento viene messo in atto in maniera occasionale, quando se ne presenti l’occorrenza.

Come abbiamo visto nel caso del sadico, in maniera analoga, coloro che si macchiano di atti violenti e criminali sono persone dalla struttura di personalità poco stabile e destrutturata, il loro comportamento instabile e violento è il frutto di un vissuto alle spalle costellato da violenze e umiliazioni subite.  A tale proposito, è utile sottolineare come Il vissuto tipico del serial killer è spesso caratterizzato da una costante sensazione di inadeguatezza, basso livello di autostima.

Il crimine funge da compensante, dal quale trarre sensazione di potenza e riscatto sociale, un modo di dare una svolta alla propria esistenza ribaltando i ruoli e passando dalla parte del violento o dell’abusante, una sorta di riscatto personale.

   Nella gran parte dei casi i comportamenti messi in atto dai serial killer possono essere raggruppati  in quello che il DSM IV definisce disturbo antisociale di personalità.

Questo tipi di disturbo si caratterizza per :

mancanza conformazione alle norme sociali,

tendenza a manipolare persone e situazioni per raggiungere i propri scopi;

atteggiamento freddo ed egoistico,

tendenza a mentire,

forte difficoltà o incapacità nel mantenere relazioni sociali o di tipo lavorativo.

In tale categoria di disturbo rientrano prevalentemente i comportamenti antisociali e delinquenziali. Il livello socioculturale è spesso medio basso, la famiglia di provenienza può aver avuto o avere problemi con la legge,

  Ci sono casi in cui la condotta violenta o minacciosa per se stessi e gli altri può essere dovuto ad una vera e propria malattia mentale.

Lo psicopatico ha una struttura di personalità tipica del violento organizzato,  Rober Hare, un ricercatore statunitense nell’ambito della psicologia criminologica ha sviluppato la  che raggruppa la gran parte dei comportamenti tipici dello psicopatico.

Tra gli aspetti più caratteristici abbiamo:

il continuo bisogno di stimoli,

il mentire patologico

scarso controllo del proprio comportamento e impulsività

mancanza di rimorso o senso  di colpa, mancanza di empatia nei confronti dell’altro,

mancanza di responsabilità delle proprie azioni.

Ciò che colpisce dello psicopatico e può rappresentare un confine oltre il quale il comportamento è dettato da una condotta di tipo antisociale,  è la capacità di reiterare la condotta violenta e la mancanza di rimorsi. Lo psicopatico che compie l’atto violento non ha sensi di colpa e reputa la propria condotta normale.

Per concludere, in questo articolo abbiamo illustrato soltanto alcuni sistemi di classificazione che permettano di definire l’atto violento e ed eventualmente diagnosticarlo all’interno di tratti disfunzionali o di una vera malattia mentale. Le categorie diagnostiche sono numerose, a livello generale elementi quali la percezione del senso di colpa e la presenza di empatia possono rappresentare degli utili indicatori per distinguere una persona che compie un atto di tipo delinquenziale dal soggetto che nasconde una sofferenza di tipo mentale.

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