La forma del male.

chiara camerani, i delirantiChiara Camerani è una psicologa strategica, esperta in criminologia e psicopatologia sessuale. Storica dei costumi sessuali. Direttrice Cepic –

Il male ci accompagna, si nasconde nelle pieghe della nostra esistenza ma, soprattutto, alberga nostra mente in una continua alternanza, come la luce e il buio. Lo psicologo R. I. Simon sostiene che “Se i desideri fossero cavalli, tirerebbero i carri funebri dei nostri più cari amici e dei nostri parenti più stretti”. Rabbia, ira, bramosia sessuale o economica, desiderio di vendetta, odio, rivalsa, invidia, potere, aggressività, conosciamo bene ciascuna di queste emozioni, nessuna di esse ci è estranea. In alcuni momenti della vita ci hanno accompagnato, sostenuto, cullato la notte.

Da piccoli ci siamo appassionati a favole terribili, popolate da orchi che mangiavano bambini da streghe che “addormentavano fanciulle”e da mariti terrificanti che collezionavano corpi di giovani mogli. Crescendo ci siamo applicati allo studio del mito, popolato da cannibali, assassini e perversi. Da adulti abbiamo appreso che gli orchi delle favole esistono davvero e quel senso di disagio, quel brivido che ci procura l’ascolto di tali gesta, ci ricorda che quegli orrori sono più concreti e vicini di quanto crediamo, hanno attraversato ogni epoca e società e a volte, per una frazione di secondo, sono apparsi come un’ombra nella nostra mente per poi sparire, lasciandoci increduli e spaventati.1

Cosa è, quindi, la malvagità? La scienza ci insegna che l’aggressività è impulso fondamentale, come il sesso. Serve a trovare il proprio posto del mondo, ad affermare se stessi, ad affrontare ostacoli e minacce. L’etimologia della parola ci spiega meglio la sua funzione che è quella di “andare verso” di “camminare in avanti” (ad- gredior dal latino), di affrontare e cambiare le situazioni o le persone. La violenza, quindi, è un tratto costitutivo della natura umana che può esprimersi costruttivamente in maniera creativa, oppure essere pervasa da ostilità. Quando l’odio e l’ostilità prevalgono ogni cosa assume il colore della desolazione e della morte, la relazione diventa dominio, il sesso diventa stupro, la fiducia diventa manipolazione. In etologia l’aggressività nasce in risposta all’isolamento, all’inaccessibilità delle risorse ed alla conseguente frustrazione derivata dal non raggiungerle, ma anche dalla lotta per il potere nello stabilirsi delle gerarchie. Nell’uomo l’ira si caratterizza come un “sentimento di conflitto col mondo o con se stessi”2 e tende a manifestarsi in forma irrazionale ed esplosiva. Incontrollata. Questa emozione riflette la tipologia dell’assassino impulsivo; un soggetto che si percepisce ostacolato nell’accesso alle risorse (lavoro, amore, sesso, riconoscimento) e minacciato da questa privazione. Non gli resta che reagire alla minaccia con la violenza.

 Patrick Byrne, i delirantiIl criminale Patrick Byrne lo spiega così: “pensavo di terrorizzare tutte le donne. Volevo farla pagare a tutte per avermi provocato questa forma di tensione nervosa con il loro sesso”. angelo izzo, i delirantiAngelo Izzo giustifica il coinvolgimento di due complici nel tremendo omicidio di Campobasso sostenendo: “in fondo volevo solo essere amato, non essere più solo, infatti la cosa più tremenda di questa situazione è che mi sentivo solo; ero solo nella tempesta che stavo affrontando. Forse nella mia mente ferita, in quel momento si è fatta strada l’idea di coinvolgere Guido e Luca in qualcosa che li legasse a me per sempre” L’omicidio, appunto. La percezione dell’isolamento e della mancanza di risorse alimenta l’ira, la frustrazione e trova soluzione nella aggressività come unico mezzo per “andare verso”3 ciò che si desidera e non si può ottenere altrimenti.

L’ira ci pervade come una marea, cresce in maniera improvvisa e intensa come se fosse “altro da noi”, qualcosa che trascende il nostro controllo e quindi, che non ci appartiene. Il necrofilo Bertrand nel 1848 descrive questa sorta di possessione “Avevo già rimosso il cadavere, ho cominciato a colpirlo con la pala che tenevo in mano, con una rabbia che non riesco nemmeno a spiegare. Due giorni dopo, sono tornato al cimitero di Bléré, non a mezzogiorno, ma nel bel mezzo della notte, col tempo piovoso. Questa volta non ho trovato gli strumenti e ho scavato la fossa con le mie mani; sanguinavano, ma nulla mi poteva fermare, non ho sentito dolore “.

L’ira rende ciechi e sordi. Questa sua caratteristica ci fornisce un indizio sul motivo per cui gli aggressori ripetono il loro copione di sangue in un ciclo che non ha fine, se non con la cattura o la loro stessa morte. Siamo abituati a identificarci con la nostra parte logica e razionale ma l’ira ci possiede al di la del nostro controllo, come uno spirito maligno. Questa scissione facilita la reiterazione del crimine perché consente a soggetti impulsivi o esplosivi (rientrano in questa categoria anche alcuni tipi di uomini violenti verso le partner) di sentirsi deresponsabilizzati circa le proprie azioni assumendo il paradigma:“se non ne ho il controllo non ne ho nemmeno la colpa”. Una possessione che si accompagna ad « un senso di libertà e di fuga da ogni restrizione»,4 il serial killer  viveva così gli attimi successivi all’esplosione di violenza: Si metteva a parlare con qualche ragazzina o bambino, si offriva di accompagnarli, o di dar loro dei soldi e poi, una volta attirati in un luogo isolato, li assaliva, li gettava a terra e strappava loro i vestiti. Le urla e la paura lo eccitavano ancora di più, allora, infieriva con il coltello, fino ad aprire i corpi e immergere le mani nelle loro viscere e poi, se non erano ancora morti per lo shock, li strangolava. In alcuni momenti, Chikatilo era assalito da un’ebbrezza così intensa, da spingerlo a correre all’impazzata attorno al cadavere. Durante questo macabro girotondo, l’assassino lanciava in aria gli effetti personali e i vestiti della vittima.5 Gli antichi greci conoscevano bene il legame tra ira e sesso; la parola orgia (orghé) significa proprio collera, ira. Ancora oggi parliamo di “orgia di sangue” per descrivere crimini particolarmente efferati.

Andrej chikatilo, i deliranti

Un altro gradino verso il male è costituito dall’odio, un sentimento più pericoloso dell’ira a causa della sua persistenza. L’odio, infatti diventa un compagno di viaggio, spesso l’unico. È un compagno esigente che invade ogni area della vita della persona che ne è vittima. È un male che ha un unico rimedio: la distruzione dell’altro, l’annullamento di tutto ciò che rappresenta. L’odio si differenzia ancora dall’ira per il fatto di essere lucido e razionale. Molti malvagi rivelano una riflessione profonda sui loro crimini, che vengono a lungo desiderati, programmati ed arricchiti nel tempo. L’odio, secondo Stoller, dà sostanza alla perversione e ne diventa declinazione in forma erotica.

Il sadico è intriso di odio, contaminato da esso al punto di esserne schiavo. Comportamenti come la firma, cioè il complesso di comportamenti gratuiti e non funzionali al conseguimento del delitto che rispondono esclusivamente ai bisogni psicologici dell’assassino, riflettono proprio questa ossessione. La firma diventa un messaggio di odio, una dichiarazione di vendetta talmente intensa da costituire un imperativo che travalica l’autoconservazione del killer o la morte stessa della vittima; è ciò che osserviamo nella necrofilia o nell’overkilling cioè in quel bisogno ritualistico e ossessivo di indulgere eccessivamente nell’aggressione con lesioni che vanno ben oltre quelle necessarie per uccidere

Parafrasando Aristotele, quindi, possiamo descrivere la malvagità come un “abito del male”, un indumento che ci cuciamo addosso attraverso la reiterazione di azioni, comportamenti e pensieri che vanno a costituire la nostra relazione col mondo e con noi stessi. La psicologia sperimentale ci insegna che “il livello della condotta aggressiva varia in rapporto alla rilevanza della frustrazione, misurabile in base alla forza della motivazione, al grado di interferenza sul tragitto che conduce allo scopo, al numero delle condotte motivate che sono state frustrate”6 quasi un rapporto matematico tra intensità del desiderio e sofferenza provocata dalla frustrazione come risposta “alla frequenza e gravità degli ostacoli che gli vengono opposti”7.

Eppure le persone rispondono in maniera diversa anche ad esperienze altamente traumatiche, in alcuni però questa equazione giunge ad una destinazione che è al di là del bene e del male ad una forma di malvagità che forse è la sua incarnazione peggiore: l’indifferenza.

L’indifferenza è una forma di violenza più estesa di male perché rompe ogni catena sociale, empatica, relazionale e morale scagliando l’individuo in una dimensione del tutto personale in cui nulla più costituisce regola e quindi tutto è concesso. Sono proprio loro i più pericolosi, gli psicopatici, quelli che indossano la maschera della sanità, che si nascondono in mezzo a noi e non sono riconoscibili, perché contro di loro siamo impotenti e privi di protezione.

1 Camerani Chiara in Metamorphosis, AAVV. Aracne Editore. 2013

2 Galimberti Umberto Vizi capitali e nuovi vizi. Feltrinelli. 2006

3 ad-gredior

4 Conradi Peter Chikatilo Libri neri 1993

5 Camerani Chiara Cannibali – le pratiche proibite dell’antropofagia Castelvecchi editore 2010

6 Galimberti Umberto Dizionario di psicologia. Istituto Geografico De Agostini 2006

7 Galimberti U. Op. Cit

cepic, i delirantiCentro Europeo di Psicologia Investigazione e criminologia. cepicsegreteria@yahoo.it

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